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Alfa Romeo Montreal, elegante e raffinata

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testo e foto di Flavio Scopinich
Negli anni ’60, la meccanica delle auto Alfa Romeo, fu particolarmente apprezzata dai vari carrozzieri Italiani, che si sbizzarrirono tutti quanti nell’interpretare e vestire tale meccanica con un vero caleidoscopio di idee e proposte.
Un anno prima della Expo mondiale di Montreal del 1967, gli organizzatori volevano installare all’ingresso della Expo nell’avveniristico spazio intitolato “L’Uomo Produttore”, padiglione concepito con lo scopo di mostrare i risultati dell’ingegno umano dell’ultimo secolo. Logicamente, in tale padiglione non poteva certo mancare una automobile. Che nelle intenzioni degli organizzatori doveva essere una elegantissima berlinetta coupé.
Questa berlinetta doveva essere: un prototipo che rappresentasse – secondo gli organizzatori – la massima aspirazione dell’uomo odierno in fatto di automobili, e quindi la scelta cadde sull’Alfa Romeo, una fabbrica d’auto che aveva saputo coniugare, nella sua recente produzione di grande serie, gli aspetti essenziali di un’auto quali tecnica motoristica e praticità unite da fascino ed eleganza.
La scelta di Alfa Romeo cade sul famoso carrozziere Bertone, che accettando l’importante sfida, disegna e costruisce la Montreal Expò, non una dream car pura, ma una vettura che potesse anche essere adatta per l’uso stradale.
Data l’esiguità di tempo – l’incarico arrivò solo 9 mesi prima della inaugurazione – non ci fu tempo per concepire una nuova meccanica ad hoc, ed in Alfa optarono per una soluzione mista, installando sul telaio della Giulia Sprint GT il potente propulsore da 1.6 litri della Giulia 1600 Ti.

Alfa Romeo Montreal Expo – Carrozziere Bertone – su meccanica Giulia Sprint GT
L’incarico della vestizione venne dato a Marcello Gandini, che realizzò una Coupé elegante, bassa e filante, caratterizzato dalle palpebre a parziale copertura dei fari anteriori e dalle sei feritoie orizzontali poste immediatamente dietro le portiere.

Preparati velocemente due prototipi, essi vennero trasportati a Montreal e posti fra due specchi in modo che l’immagine dell’auto fosse riflessa all’infinito. L’incredibile successo ed interesse mostrato sia da parte della critica che dal pubblico, in aggiunta alle pressanti richieste da parte degli importatori Americani e Canadesi, portò la dirigenza Alfa a valutarne una successiva industrializzazione.
Alla fine degli anni ‘60’ i tempi erano oramai maturi per le sportive Gran Turismo ad elevate prestazioni, conseguentemente, a seguito dell’enorme successo del prototipo “Montreal” esposta all’Expo di Montreal, tenendo conto inoltre delle continue e pressanti richieste da parte degli importatori Americani e Canadesi, la dirigenza Alfa valutò prima e dispose poi, una successiva industrializzazione, sostituendo l’originale 4 cilindri 1.6 litri del prototipo, con un propulsore 8 cilindri a “V”, più potente e consono ad una Gran Turismo Coupè per il mercato USA e Canadese che culturalmente richiedevano auto con motorizzazioni V8.
Nasce così nel 1970 la Montreal che utilizza il motore 8 Cilindri a V di 2600 cmc della 33 Stradale da competizione per realizzare, come il prototipo da cui deriva, la massima aspirazione dell’uomo in fatto di automobili. Un abbinamento favoloso quanto calibrato, tra un motore molto potente ed una linea elegante figlia di una calibrata armonia di volumi, uscita dalla matita di Marcello Gandini della carrozzeria di Bertone.

Conseguentemente, in aggiunta alla bellezza estetica, l’avere installato il “cuore” della Alfa Romeo 33 Stradale sulla Montreal, aggiunge un “plus” a questa magnifica auto. Il motore, un V8 da 2.6 litri capace di erogare 197 CV a 6400 giri/min, era capace di spingere l’auto ad una velocità prossima ai 220 Km/h. Questo motore, una volta di più se mai ce ne fosse stato bisogno, mostrava lo stato dell’arte raggiunto dai tecnici Alfa Romeo. I due collettori di scarico (4 in 1) avevano le lunghezze dei condotti calibrate in modo da sfruttare la risonanza dei gas di scarico in uscita dai vari cilindri, dato l’elevato regime di rotazione, al fine di garantire la quantità di scintille necessarie per tutti gli 8 cilindri. Fu adottato un impianto Bosch con due bobine, una per bancata; inoltre, per garantire contemporaneamente l’erogazione di una elevata potenza in modo dolce e regolare, fu adottata l’iniezione meccanica indiretta Spica, che oltre a garantire una potenza maggiore consentiva di superare più agevolmente i severi test anti-inquinamento delle normative americane e canadesi.