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La strana storia del prototipo “Ghia Norsemann”   

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Il prototipo. Ghia Norsemann (ph dalla rete)
Quando un tesoro (mai svelato) sparisce nell’oceano e da esso viene distrutto

Il libro “Assolvete l’Andrea Doria”, di Fabio Pozzo, descrive un’analisi di quel tragico affondamento, la cui conclusione è la piena assoluzione dell’operato dell’equipaggio del transatlantico ed in particolare del suo comandante Piero Calamai, nativo di Genova. A pagina 26 del volume viene elencato il carico contenuto nelle stive, ed in particolare viene descritto un prototipo di un’auto, la “Ghia Norsemann”, creato dalla Ghia Sport di Torino per la Chrysler. Il prototipo fu imbarcato a Genova, con destinazione il Michigan, al fine di potere compiere i test finali, in vista della sua presentazione al Salone dell’Auto di Detroit del 1957.

Per l’epoca (1956) si trattava di un modello che precorreva i tempi futuri, sia per le linee e soluzioni tecniche avveniristiche. Il parabrezza anteriore con doppia curvatura che avvolgeva i passeggeri richiedeva l’eliminazione strutturale del piantone e del montante a sostegno del tetto, una ardita soluzione assicurata da un irrigidimento strutturale dell’area verticale posteriore del tetto, che consentiva inoltre la completa scomparsa del lunotto posteriore.

La spasmodica attenzione verso la riduzione dei consumi era evidenziata dalla carrozzeria chiusa anche nella parte inferiore, dai fari carenati a scomparsa, dalla estesa adozione di pannelli in alluminio per la riduzione dei pesi, dal tappo della benzina che poteva fuoriuscire a comando, mentre la coda slanciata e cromata completava le proposte innovative di queste avveniristiche linee, che nel loro complesso, insieme al lunotto posteriore a scomparsa, avevano lo scopo di ridurne la resistenza aerodinamica.

Una lunghezza dichiarata di 227,5 pollici (5778,5 mm.), passo 129 pollici (3276,6 mm.), altezza 57 pollici (1447,8 mm.), larghezza 80 pollici (2032 mm.) abbinata all’ultimo modello di motore Chrysler: nelle intenzioni della Casa statunitense ne avrebbe dovuto fare un “oggetto del desiderio” da parte degli americani benestanti.

All’epoca un anonimo ingegnere del centro stile Chrysler dichiarò che: “l’auto rappresenta allo stato dell’arte un nuovo attacco alle frontiere dell’ingegneria automobilistica e dello stile, la Norseman aveva la robustezza, l’audacia, ed il carattere avventuroso dei pionieri americani di un tempo”. Ulteriori dichiarazioni sulle caratteristiche dell’auto specificavano che il tetto (in caso di capottamento) era in grado di resistere ad un carico verticale pari ad 8 volte il peso del veicolo e che tutte le innovazioni erano state disegnate con uno sguardo verso il futuro, come le griglie del radiatore ed i paraurti, che erano stati disegnati e posizionati in modo da garantire il massimo raffreddamento del motore con la minima resistenza aerodinamica.

Notevole per l’epoca è stata la cura del comfort dei passeggeri, come rappresentato dai sedili regolabili elettricamente; questo “gioiello”, realizzato in un bi-colore verde metallizzato, è costato 200mila dollari e quindici mesi di lavoro negli atelier della Ghia di Torino.

Questo prototipo fu imbarcato a Genova all’interno di una robusta cassa di legno, al fine di proteggerlo da urti e sguardi indiscreti. Dopo 70 anni di permanenza sul fondo del mare, la cassa di legno è oramai marcita così come tutte le componenti metalliche che sono state fatte oggetto di corrosione chimica. Oramai, di questo “tesoro”, visto ed ammirato da pochi fortunati, non rimane più nulla. Resta il rimpianto di una occasione perduta di poter avere ammirato una vera opera d’arte del mondo automobilistico, quale massima espressione dei carrozzieri italiani dell’epoca.

Flavio Scopinich